Il brigante Pagliuchella

il brigante

Utente: pagliuchella

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Link

Feeds

  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

lunedì, 14 febbraio 2005

Tutti a casa

La storia comincia così. Con un esercito che si sbanda perché il nemico avanza e i soldati si ritrovano senza comandanti. Tutti a casa.

 

E chi sarà a quest’ora?

-E chi sarà mai a quest’ora? E’ quasi notte, non aspettiamo nessuno.-

La madre di Rosa interrompe l’impasto di farina e si fa il segno della croce. Ci sono strane voci in giro. Si affaccia ansiosa alla finestra della cucina che da sul portone. Guarda dabbasso: ma quello è Ferdinando! Presa da stupore, respira di sollievo, grida alla figlia.

-Rosa, Rosina, corri ad aprire guarda chi è vento a trovarci.-

Rumore di zoccoli, fruscio di sottane curiose per i gradini che scendono al portone.

-Ma insomma mamma, si può sapere chi è?-

Rosa socchiude il portone, spalanca gli occhi. E’ Ferdinando il suo fidanzato soldato a Napoli. D’istinto lo tira dentro, serra il portone, lo abbraccia.

-Ma come mai ? ma che bella sorpresa. Ma perché non porti quella bella mantella da soldato? Che ti sei messo addosso? Togliti questo mantello lungo e nero che pari un brigante, ti voglio vedere con la divisa del re, coi bottoni neri che luccicano. –

La mano di Ferdinando le solleva i capelli, scoperti i grandi occhi neri le accarezza il volto.

-Rosina, il Re non c’è più. I nostri soldati si sono sbandati, Franceschiello se ne è scappato da Napoli con la regina e tutta la corte appresso. Sono venuto qua da te per prima cosa, non sono neanche stato ancora a casa mia.-

Notizie confuse erano arrivate su fino al paese ma nessuno si aspettava questo. Rosa pensa a mille cose ma le tiene per se.

-E che ce ne importa a noi del  Re? Franceschiello se ne scappi dove vuole. Adesso tu stai qua, stiamo insieme. Vieni di sopra, tra poco è pronto da mangiare.-

La madre e tutta la famiglia di Rosa aspettano in cima alla rampa di gradini. Vedono il mantello nero che copre la divisa borbonica di Ferdinando, intuiscono ogni cosa. Sorridono mentre Rosa e Ferdinando salgono, ma vedono salire con loro tristi compagni: vendetta, persecuzione, tradimento e brigantaggio.

Le mani di tutti si tendono verso Ferdinando.

-Ferdinando, ma questa bella sorpresa ci dovevi fare.-

-E non ci potevi avvisare. Adesso ti dovrai contentare di quello che c’è a cena.-

-Lasciatelo stare, portatelo vicino al fuoco, tiene la testa e le mani gelate, chi sa che fame deve avere. -

Sono tutti seduti al camino, solo la madre di Rosa si affanna tra i fornelli e il forno a legna. Mentre i suoi non danno pace a Ferdinando, Rosa  guarda Ferdinando e quel maledetto mantello nero.

Era così orgogliosa del suo soldatino del Re. L’unica nel gruppo delle amiche ad avere un fidanzato soldato a Napoli. Ogni mese Ferdinando andava dallo scrivano che teneva sedia tavolo penna e calamaio giusto di fronte alle caserme.

Lo scrivano lo vedeva arrivare e cominciava a pulire il pennino. – Allora che dobbiamo scrivere ‘Cara Rosa…’.- . E lui serio –Una lettera da un foglio pieno da tutte e due le parti per Volturara Irpina, con tanto di busta chiusa e indirizzo.-

E la lettera ogni volta arriva, passando di carrozza in calesse valica alfine il Malepasso e giunge a Rosa.

Ogni lettera viene letta quattro volte. La prima volta Rosa va da sola dalla maestra di scuola a farsi aiutare nella lettura. Poi la rilegge, aiutandosi a memoria, davanti al fuoco alla sua famiglia  riunita la sera per la cena, in questa occasione salta qualche parola riservata solo a lei. Infine c’è il rito della lettura la domenica mattina al gruppo delle amiche in un angolo caldo della Piazza, preceduta dalla lettura all’amica del cuore il giorno prima. Da un libro della maestra Rosa aveva strappato di nascosto un caporale coi baffoni, che non somigliava per niente a Ferdinando ma era tanto per far vedere la divisa a colori dell’esercito borbonico.

Un mese Ferdinando aveva fatto la guardia d’onore alla Regina Sofia, che mentre passava gli aveva fatto un bel sorriso (diceva Ferdinando), e che chi sa  magari un giorno gli avrebbe chiesto da dove veniva e  avrebbe fatto un bel regalo di nozze a Rosa.

Le amiche sapevano dove pizzicare.

-Rosa, ma se la poi la regina Sofia ti si ruba a Ferdinando, tu che fai, ti metti con Franceschiello?-

-Ci si deve solo provare quella svergognata, che vado a Napoli e l’ammazzo in mezzo alla Reggia. -

 

Tutto scorreva felice. La regina Sofia e il Re Franceschiello avrebbero di fatto caporale di sicuro il suo Ferdinando, e poi chi sa sergente. Lei, Rosa, avrebbe attraversato la Piazza al suo braccio ogni domenica mattina prima di mezzogiorno. E invece succede che Garibaldi attraversa la Sicilia e in paese si risentono molte storie di cui Rosa mai aveva saputo. Qualcuno diventa cauto nel parlare, qualche altro minaccioso. Occhi di serpi si affacciano da sotto la pietra che le tiene imprigionate, mentre con le teste velenose cercano di risollevarla. _ 

Giovanni

Postato da: pagliuchella a 10:52 | link | commenti (1) |
giovanni

L'orologio

 

....Alla fine dell'inverno 1861 il generale Piemontese Delacroix si trova di stanza con le sue truppe in qualche parte dell'Irpinia. Ove si invaghisce di  Eleonora di Montemarano, badessa del convento delle Sacripantine.

 

Al secondo incontro Delacroix ha fatto un regalo a Eleonora . Si sono ritrovati nel giardino galeotto della dipendenza col pretesto di definire alcune clausole del contratto di affitto per la residenza del generale. 

-Ho qualcosa per voi Eleonora-, dice con aria complice Delacroix. Ella si limita a guardarlo sorridendo maliziosa. Delacroix estrae dal taschino del panciotto un orologio, una grande cipolla on tanto di catenella.

-Ecco Eleonora, tenetelo sempre con voi come pegno della nostra amicizia. E’ di metallo ma il coperchio è argentato. Purtroppo non segna le ore perché ha preso un colpo in battaglia contro gli austriaci. Vi prego prendetelo. Un giorno forse lo faremo riparare dal nostro orologiaio di fiducia a Porta Nuova a Torino.-

Eleonora vorrebbe saltargli al collo e baciarlo, si contiene. Adesso ha un orologio, Vede già le facce piene di meraviglia e invidia delle consorelle quando lo mostrerà. 

-La regola ci vieta di  accettare doni personali, ma sarà un segreto tra noi due.-

Eleonora prende con grande delicatezza il cipollone che Delacroix le porge sfiorandogli appena la mano. Lo rimira, fa dondolare la catenella, lo rigira e vede una scritta illeggibile sul retro. Ora guarda Delacroix con aria di dolce rimprovero.

-Posso osare chiedervi cosa sono questi segni indecifrabili? Forse la dedica di una dama torinese?-

Delacroix assume l’aria innocente del gentiluomo accusato di colpe infamanti.

-Cosa dite mai Eleonora. Era una dedica del nostro Re Carlo Felice ai Delacroix per i servigi resi alla patria.-

 Purtroppo le notti piovose degli accampamenti avevano annerito di ruggine le parole fatte incidere da Sua Maestà e la scritta è andata persa nel lucidare l’orologio.

 E così il cipollone di Carlo Felice è ora nelle mani fidate di Eleonora e non corre più pericolo di essere trafitto dalle baionette asburgiche. L’orologio si trova riposto nel primo cassetto dello scrittoio nella studio della badessa Eleonora. Per timore che le consorelle glie lo rubino, ella lo ha forato le pagine centrali di un grosso volume rilegato: La Vita e le Opere Pie del Beato Gervaso Farina. Poi ha incassato interno del librone il don prezioso. Ogni quarto d’ora la campana della chiesa nella vallata rintocca le ore e le offre brividi di piacere sottile, ella tira il cassetto apre il pio libro e vi trae  l’orologio. Lo lucida con un panno imbevuto di una soluzione e rimette le immobili lancette all’ora giusta. Dopo tutto alcuni minuti di ritardo di ritardo non sono un gran cosa in un orologio nel 1861.  Quando deve abbandonare lo scrittoio Eleonora se lo infila di nascosto al collo appeso per la catenella sotto l’abito. Di sera lo porta a letto con se e lo tiene in mano sotto il cuscino.

Le consorelle cercano più volte invano di tentare la sua vanità

-Reverenda madre, per caso sapete che ore sono adesso?-

Ma Eleonora non si fida conosce da che pollaio vengono le sue gallinelle.

-E’ l’ora che vi state zitte e vi fate i fatti vostri.- Replica definitiva e asciutta.

La scritta cancellata sul retro è stato un suo tormento per settimane. Invano ogni mezzogiorno vi ha riflesso la luce sopra da ogni inclinazione. Alla fine si è rassegnata con un grande sospiro di delusione rassegnata. Non saprà mai che l’orologio è stato confiscato all’arciprete don Luigino di Atripalda, con la scusa che teneva il ritratto di Franceschiello in canonica e l’orologio poteva essere uno strumento atto a facilitare l’attuazione di una sommossa filoborbonica. La scritta sul retro del cipollone diceva ‘Mariarosa a Ciccillo suo perduto per sempre. Premiata Fabbrica di Martino Capece a Napoli.’ L’orologio non funziona perché è andato in terra durante una colluttazione tra il caporalmaggiore Luigi Viglino e l’arciprete che difendeva strenuamente il ricordo di Mariarosa.
Giovanni

Postato da: pagliuchella a 10:49 | link | commenti |
giovanni

lunedì, 07 febbraio 2005

 8 Aprile 1861.  Giovanni Volpe 16 anni

ucciso dai Piemontesi

Nella primavera del 1861 a Montella si suona l’Inno a Re Ferdinando e in piazza si balla la tarantella in onore di Franceschiello di Borbone, re delle Due Sicilie. Montella, Volturara Irpina e i  paesi del circondario tentano l’ultima disperata rivolta contro i Piemontesi invasori. Nella mattina dell’8 Aprile 1861 il Governatore di Avellino con un esercito composto a maggioranza da Guardie Nazionali e soldati dell’esercito piemontese sale a reprimere la rivolta.

Giovanni Volpe scende dal Candraone in Piazza per assistere all’arrivo dei soldati e con l’ingenuità dei suoi sedici anni osserva nascosto dietro l’Orto della Chiesa l’andare e vieni in Piazza, ammirando le divise dei bersaglieri ed i cavalli che sembrano grandi quanto una casa. Le urla degli ufficiali ed il pennacchio del vecchio che sta dando gli ordini gli ricordano i racconti del nonno.

-Quello è Garibaldi! pensa. Madonna, Garibaldi a Volturara !

sarebbe bello se potessi andare con Lui . Lo dirò a mamma che appena faccio diciotto anni andrò a combattere con la camicia rossa dei garibaldini - .

L’alto là gli arriva improvviso come una fucilata e la paura gli dice solo di correre , tanto sa che non lo prenderanno mai. Corre, e sente nella mente i consigli che la madre gli aveva dato la mattina prima di uscire.

-Giannì, non farti vedere dai soldati , quelli ti sparano prima di arrestarti. Non sanno nemmeno la nostra lingua perché parlano italiano. I fessi come noi non hanno diritto né a parlare né a chiedere spiegazioni. So già come sei fatto, tu . I guai te li vai a cercare da solo con il lanternino . Non uscire di casa, è troppo pericoloso.-

Duecento metri di corsa e i soldati sono già distanziati. Le loro urla si perdono in lontananza. Arriva al ponte e svolta nel torrente che scende impetuoso dalla montagna.

Gli spruzzi dell’acqua fredda che gli arrivano in faccia sembrano mani che frenano la sua corsa. Le pietre sotto i suoi piedi diventano cavalli da domare, mentre una forza che non pensava di avere gli mette le ali addosso. Un dolore improvviso alla caviglia lo fa cadere in acqua . Si rialza , ma riesce solo a trascinare la gamba. Impreca, ma continua ad andare avanti. Smaneggia nell’acqua come a trovare una leva per riprendere una corsa che non viene. Sa che deve attraversare il torrente ed inerpicarsi verso il costone della Maroia . Solo allora può salvarsi. La sponda opposta lo accoglie tremante e spaurito. Sembra un uccellino con un’ala rotta che vuole prendere il volo, ma riesce solo a dibattersi senza riuscire ad alzarsi da terra. Strisciando trascina la gamba e si avvia in alto verso il costone.

Lo sparo rimbomba nella gola del torrente come una cannonata, e si riverbera in mille rumori. Gli entra nel fianco destro dal basso verso l’alto. Un bruciore al petto. Una lama rovente che lo attraversa improvvisa e veloce. Rimane appeso in posizione innaturale, con le braccia in alto alla ricerca di un appiglio ed il volto perso nell’erba.

Giovannino possiede solo un paio di scarponcini rotti e la sua fantasia. Un ragazzo di famiglia umile, e che non è andato a scuola per seguire la via del Seminario e farsi prete, ha solo due alternative, la zappa o la guerra. A meno che no voglia andare in America. Giovannino ha deciso di diventare guerriero.

Ti potevi perdere negli occhi di una ragazza morena, potevi sognare i piccoli seni bianchi, invece che l’andare avanti con la camicia rossa e la bandiera. Hai sentito la Guardia Nazionale che leggeva a voce alta il Foglio nella Cantina. ‘Tutti scappano quando le camice rosse a cavallo lanciano la carica’.

Quando Garibaldi è davanti sul cavallo bianco, tu sei accanto a lui e vi sorridete.

-Vattene fuori-, dice il padrone della cantina.- Sei un ragazzo e non hai soldi per pagare il vino.-

Ma adesso tu torni con la camicia rossa. I ducati d’oro sonanti sul tavolo. Il padrone della Cantina si inchina, tutti si alzano, ti fanno posto, bevono con te timorosi.-

Gli angeli ti hanno chiamato e hanno sorriso compiaciuti quando hai detto ‘Vedete, ho la camicia rossa.’  Rossa di sangue è la tua camicia stracciata, perché non hai parlato con quella ragazzina morena dai seni bianchi.

Ma ora cosa vedi dall’alto? E’ una sciame impazzito di api con lo scialle nero che corre verso la Piazza. Le donne rincorrono tua madre che non si ferma, morde, urla, si libera, riprende a correre verso la Piazza. Vendetta. Ma tutti hanno paura e fingono indifferenti dolore. Tua madre alza a te lo sguardo e chiede vendetta alla Madonna. Si ferma e tutto lo sciame ondeggiante si ferma e mute la guardano. Tua madre lentamente scivola a terra, su un fianco distesa.

Ora è accanto a te.

-Che succede, mamma, che ti senti? - Le passi il dorso della mano sul viso di giovane madre di mille rughe di sacrifici e fatica. Lei piange.

-Niente Giovannino, ho fatto un brutto sogno. Figurati ho sognato che i Piemontesi ti sparavano e ti ammazzavano. Ti pare possibile?._

Edmondo

Postato da: pagliuchella a 10:09 | link | commenti (2) |
edmondo

  La visita dei turchi al convento

-Ve lo dico io cosa succede.-

E’ la vocina sottile e queta di suor Zelinda in fondo alla tavola. Silenzio perplesso. Zelinda è quella che sta in convento da più tempo di tutte, passa il tempo a leggere libri e libricini, se non fosse che è poco intrigante sarebbe lei la madre superiora. Le consorelle sanno cosa si devono aspettare da Zelinda, la guardano con un poco di compatimento e molta simpatia.

-Che cosa succede suor Zelinda, c’è scritto nei vostri libricini? –

Zelinda sorride, estrae da una grande tasca del grembiulone un volumetto rilegato di novelle e racconti.

-Succede quello che successe quella volta coi Turchi in Calabria, state quiete e sentite.-

Le sorelle si mettono davvero e volentieri zitte e chete. Una pausa dopo tanta tempesta è quello di cui avevano bisogno.

Il racconto di suor Zelinda

Tra poco spunta l’alba sulle coste della Calabria. Silenziose formichine more si arrampicano pazienti fino al picco del monastero, ne scavalcano il muro, la lunga nave le ha portate di notte sulla corta spiaggia. Le formichine sono guerrieri turchi in una fila che sta per attraversare il cortile del monastero, quando una dolce armonia di voci penetra gli elmi con la mezzaluna. E’ il coro mattutino dei monaci. Seyan ne è estasiato e ordina ai suoi di procedere in silenzio, non vuole che i monaci si spaventino e smettano di cantare. Ma tutto finisce prima o poi. Ora il coro si tace, il portone della chiesa si apre, appare il padre priore. Non sono tempi in cui un padre priore si spaventi troppo alla vista di mezzelune intorno al pozzo che gli riempiono il cortile,  ma dire che la cosa gli faccia piacere sarebbe troppo pretendere. Da parte loro i turchi sono distesi e rilassati,  sanno che è l’ora della prima colazione e si attendono un invito. Tocca a Seyan riempire il silenzio e  rivolto al priore dice – Non vogliamo mangiare un boccone prima di parlare di affari?- E via tutti in refettorio sulle panche. 

Perché mai un giorno qualcuno scrisse che il pane altrui sa di sale? I turchi  sono del tutto a loro agio, ridono scherzano,  rilassati, danno gran manate sulle spalle del monaco che siede accanto, gli rubano il cibo frugale dal piatto di legno.

Ma non tutta la tavolata è in perfetta letizia. Mai latte di capra appena munto fu più amaro per un priore, pure egli ha la forza d’animo di tentare una dissimulazione con Seyan –Come vedete dal nostro cibo frugale e dalla tavola tanto umilmente imbandita, noi siamo poveri. Purtuttavia ci ha recato letizia dividere ogni cosa con voi. Ristorati, potete riprendere ora il vostro viaggio, il Signore vi proteggerà dalle tempeste, vi benedico -.

Anche Seyan pensa che sia tempo di andare, ma prima vi è da sbrigare un affaruccio. Se mai vi fu un turco serafico, questi è Seyan rivolto al priore  – Quello grasso ha parlato-, gli dice.

In effetti, profittando della confusione e del clamore della mensa, alcuni turchi  hanno trascinato il monaco Calimero da Paola  fino all’orlo del pozzo e poi ve lo hanno cacciato dentro non senza grave fatica. Quindi aiutati dalle pareti lisce e scivolose di muschio hanno lasciato che egli calasse appeso a una fune fino al fondo, infine allegramente hanno cominciato a buttar giù pietruzze. E così dal fondo del pozzo si è presto  udita una vocina salire - Le monete d’oro sono in cantina,  in una botte interrata, sotto tutte le altre botti di vino-.

E’ quasi mezzogiorno e i turchi ora se ne vanno davvero. Con aria educata e dispiaciuta Seyan dice al priore che non può portarsi via tutto il vino, la nave purtroppo non ha stiva capiente. Poi vede che il priore ha ancora l’aria affranta, ha un pensiero delicato, si toglie l’elmo con la mezzaluna e lentamente lo posa sul  reverendo canuto capo.. I monaci appena sorridono tra le lacrime e Seyan si sente in dovere di far loro una promessa, mentre la nave ormai va sulle onde, -Torneremo, sapete, torneremo.- 

 Giovanni

Postato da: pagliuchella a 10:04 | link | commenti |

giovedì, 03 febbraio 2005

La palommina rossa

La storia che vado a raccontare è la leggenda della Palommina rossa. Questa leggenda si perde nella notte dei tempi e riporta alla luce un periodo buio quando un’improvvisa incursione di barbari spinse i volturaresi a rifugiarsi in poche ore, grazie alle vedette sul Malepasso, nel Castello posto sulla collina che sovrasta il paese. Era primavera, la rigogliosità della valle e la enorme quantità d’acqua che riempiva la piana spinsero i barbari ad accamparsi per aspettare i raccolti di grano, granturco, e fagioli che si preannunciavano ricchi. Inoltre i barbari confidavano che prima o poi gli abitanti  si dovevano arrendere ed i loro tesori sarebbero stati facile preda della loro avidità. Non era la prima volta che la popolazione era spinta a scappare nel Castello, costruito apposta per difenderli da queste incursioni. Avevano acqua sufficiente grazie al pozzo posto sul lato nord-est costruito pazientemente negli anni incanalando una sorgente che scendeva dalle montagne della Faieta e sfruttando la capacità dell’acqua di risalire in un canale chiuso come un tubo. Un dono dei  loro padri che l’avevano incanalata fin sopra , senza che nessuno lo sapesse. Nel tempo i volturaresi avevano anche costruito un cunicolo che, partendo dalla Piazza sotto il Palazzo del Padrone, saliva sottoterra al Castello permettendo fughe facili e nascoste. Il sottopassaggio continuava nella valle retrostante il Castello per favorire fughe in caso di conquista dello stesso da parte di eserciti nemici, e sfociava in un torrente dietro la collina verso Ammonte. Il Castello sempre ben fornito di viveri, raccolti per ogni occasione,  permetteva una resistenza che poteva durare mesi e mesi. Ma la primavera e l’estate di quell’anno passarono caldissime e piene di assalti da parte dei barbari. Nel mese di Settembre una sorta di stanchezza serpeggia tra i fuggiaschi e la scarsezza dei viveri crea non poche preoccupazioni per il futuro. Nessuno avrebbe immaginato un assedio di così lunga durata e solo un miracolo avrebbe potuto salvarli dalla fame dell’inverno volturarese. La preghiera restava l’unico rimedio ad un destino che si preannunciava crudele e che avrebbe cancellato per sempre ogni traccia di abitante di quella valle. Quando tutto sembrava perduto, e già si vedevano donne e bambini distesi per terra stanchi e rassegnati ad un destino inesorabile per il mancato cibo, San Michele, a cui si rivolgevano nelle continue preghiere, esaudì i loro desideri sotto forma di una colomba di colore rossiccio che si vide volteggiare nell’aria di un mattino pieno di sole su una vallata che la nebbia impediva di vedere. Il volo dell’uccello non passò inosservato ed a molti sembrò che la colomba volesse indicare una strada, come invitando a  seguirla. Tre giovani decisero di uscire dal castello, seguendo il passaggio segreto che portava dietro il castello stesso. Nascosti tra i rovi per non essere scorti dalle pattuglie dei barbari che aspettavano impazienti, s’accorsero che la colomba si dirigeva verso le montagne. Non fu un tragitto lungo, ed in un bosco vicino videro che l’uccello si avvicinava a loro per farsi vedere. All’improvviso la colomba si pose per terra, s’avvolse su sé stessa accovacciandosi  e scomparve tra una miriade di frutti:  le bacche che davano da mangiare solo alle loro bestie.

Dopo un attimo di interdizione il più anziano sottovoce diede l’ordine di raccogliere quei frutti, perché aveva capito che San Michele indicava loro l’unica via di salvezza.

Ritornati al Castello distribuirono i frutti. che nessuno fino ad allora aveva mai voluto mangiare, tra la popolazione ormai avvilita dalla fame dicendo loro di mangiarli perché erano dati dal Signore attraverso San Michele. I giorni che seguirono fecero capire che chi li aveva mangiato stava in forze e poteva badare alla difesa del Castello, per cui iniziarono delle spedizioni a prima mattina tra notte e giorni. A gruppi raccoglievano quanti più frutti possibili. .L’inverno passò con questo cibo stentato, ma che dava pieno vigore. Le donne trovavano ogni giorno nuovi modi di preparare quel frutto per farlo piacere a tutti. Incominciarono a metterlo nell’acqua e mangiarlo cotto con la buccia che veniva spremuta e buttata via. Qualcuno mangiava anche la buccia ! Quando, mettendolo vicino al fuoco si accorsero che la bacca scoppiava perdendo il contenuto, incominciarono a bucarla con una lama, ed il risultato era una pietanza squisita e nutriente che piaceva tanto ai bambini. Anche senza buccia e cotta si accorsero che era squisita.

 Il freddo e la neve copiosa spinse i barbari a togliere l’accampamento e a dirigersi verso luoghi più ospitali e meno freddi.  Il popolo festante ridiscese in paese benedicendo quel frutto miracoloso che li aveva salvati .E per il colore rossiccio tendente al brunastro gli fu dato il nome di castagna.

Negli anni che seguirono impararono ad essiccarla con e senza buccia per mantenerla più a lungo possibile e ne fecero anche della farina con la quale preparavano prelibate focacce._

Edmondo

Postato da: pagliuchella a 12:58 | link | commenti (3) |

 Pagliuchella,

briganti e notabili a Volturara Irpina 

23 dicembre 1860. Soldati sbandati

-La partita se la stanno giocando tra di loro, ma appena la situazione sarà più chiara se la prenderanno con noi .-

Ferdinando Candela, tira giù la carta battendola sul tavolo in un gesto istintivo di rabbia e determinazione. Guarda negli occhi i compagni fermando il gioco con una mano e chiede attenzione.

-Statemi bene a sentire e dopo penserete a giocare a briscola. Noi siamo qui a perdere tempo, mentre i capoccioni sul Comune stanno stabilendo come si devono comportare. La circolare che è arrivata tre giorni fa parla in modo esplicito. Tutti coloro che non fanno parte della guardia nazionale o che sono tornati come noi al paese dopo lo scioglimento dell’esercito borbonico saranno richiamati alle armi. Questo significa che andremo a morire o in guerra o in qualche ospedale. Con il Plebiscito di due mesi fa siamo diventati italiani e stavolta non è come le altre volte. Stavolta credo che non si torna più indietro. Però. anche se non capisco molto di politica, è facile intuire che Franceschiello per tornare sul trono di Napoli muoverà i suoi amici e parenti in Europa, anche il Papa a Roma come si dice in giro. Questo significa che l’Italia per difendersi ha bisogno di molti soldati da mandare al macello e li prenderà proprio qui da noi . Se non decidiamo alla svelta, ci troveremo a marciare con un fucile puntato nella schiena.-

Pietro De Feo gli mette la mano sulla spalla.

-Ferdinà, non ti crucciare, giochiamoci questa bottiglia di vino a “sotto e padrone”, poi penseremo al da farsi. Oggi è domenica e tra poco è Natale. Questi non faranno niente, penseranno solo a mangiare. Se ne parla a anno nuovo .-

-Caro Pietrillo, ti sbagli, e questo sbaglio rischiamo di pagarlo caro. Giochiamo pure ma, se non decidiamo cosa fare alla svelta, faremo la fine del carbonaro senza carbone. Io sono dell’opinione che bisogna nascondersi, scappare sulle montagne ed attendere gli eventi. Se tornano i Borbone siamo a piedi e a cavallo, in caso contrario voglio  morire libero piuttosto che povero e braccato.-

Elia Petito interviene nella discussione e trattenendo a stento un moto di stizza riprende i due interlocutori

- Ma come? Ero venuto a passare questa domenica per dimenticare i miei guai e voi me la rovinate con le vostre chiacchiere di uccelli del malaugurio. Sappiamo benissimo che il nostro futuro è nero. Ma almeno oggi lasciatemelo godere in santa pace. Anzi sapete che vi dico ? mi avete rotto le scatole. Me ne vado.-          
 continua....
Giovanni

Postato da: pagliuchella a 12:51 | link | commenti |

martedì, 01 febbraio 2005

La badessa Eleonora

                                                            

Avete chiuso bene il chiavistello?

-Chiudete la porta dietro di voi, Cicco Cianco e mettete pure il chiavistello. Ho dato ordine di non disturbare, ma di quelle pettegole non ci si può fidare. Stanno a sentire dietro la porta e sono capaci di entrare senza bussare e dire che si sono dimenticate di bussare per l’agitazione. Penso che abbiate qualcosa di importante e riservato da dirmi, mi sbaglio?-

Eleonora non ha più paura si sente invece distratta da gradevoli sensazioni e ricordi.

Da bambina si chiudeva nella sua stanza con uno dei fratelli, il suo prediletto. E parlano e ridevano. Li sorprende la voce della sorella più grande mandata dalla madre. –Che fate voi due piccoli lazzaroni chiusi là dentro, aprite e venite ad aiutare in cucina. –

Sto diventando pazza, pensa Eleonora, sento le voci. E le vengono in mente le leggende terribili sulle badesse prima di lei, invasate dal diavolo dentro questo mura maledette di pietra. Ora guarda sorridendo il brigante.

-Su dite. Un terribile capo-brigante come voi non sarà intimorito da una povera monachelle sola e indifesa.-

Cicco Cianco la guarda, guarda i suoi lunghi capelli biondi che ella stranamente non ha raccolto e coperto con una cuffietta. E’ un angelo, pensa Cicco Cianco. Il brigante ora si sente al sicuro, abbassa la guardia, l’istinto gli dice che qui non deve aver paura di una sorpresa o una trappola, i veri nemici del brigante assieme al tradimento. Istintivamente allunga le mani al fuoco del piccolo camino.

-Signora badessa…..- comincia. Ma si interrompe e guarda fisso incantato Eleonora. Ella china il capo appena da un lato e spalanca gli occhi come a interrogare, ma anche come se non fosse sorpresa da quanto accade, sporge il labbro inferiore come una bambina che vuole fare i capricci.

Hai le labbra di fragola e ciliegia, pensa il brigante. –Signora badessa sono venuto a parlarvi ….- e si interrompe di nuovo. Eleonora trova del tutto naturale l’interruzione, è sempre più distratta, forse non ha neppure sentito le parole di Cicco Cianco, infatti sta parlando a se stessa.- Che bei riccioli lunghi e neri come un tizzo ha questo bel brigante, altro che quel palo di Delacroix coi baffettini e il monocolo.-

I due si fissano increduli, stanno sognando nello stesso sogno.

Sono insieme nella loro casa a due piani con l’orto. Una coppia felice. Eleonora in cucina con il cucchiaio gira il sugo di pomodoro coi funghi e col forchettone assaggia le tagliatelle fatte in casa.  Cicco è giù nell’orto chinato su un piccolo innesto sperimentale di cui è orgoglioso e gelosissimo. Guarda la piantina da destra e da sinistra, ma cosa vede, orrore, qua la terra è smossa, il gambo di una fogliolina è spezzato. Prende il piccolo gambo tra pollice indice, poi lo rilascia affranto e deluso, il miracolo non è avvenuto, il gambo ferito pende di nuovo. L’ira di Cicco è terribile, invade l’orto la casa i vicini. Bestemmia e impreca contro la malasorte che lo perseguita, contro i ragazzi, il figlio e la figlia scellerati, che si mettono a correre nell’orto come scemi invece di fare qualcosa di buono. Poi guarda su verso la casa dei vicini, dall’altra parte della rete che recinge e divide gli orti. Sa benissimo che comare Ersilia, la grassa e perfida vicina sempre tutta vestita di nero, lo sta spiando dietro l’anta di legno alla finestra del secondo piano. Egli solleva la mano destra a dita strette e allungate in segno di maledizione.

- Lo devo scoprire chi taglia la rete per farci passare le galline.-

Naturalmente non fa nomi, non si vuole compromettere.

Eleonora si affaccia ridente al balconcino che da sull’orto, in mano tiene il forchettone con infilata una tagliatella lunga che saggia tra i denti.

-Ciccuccio bello, la vogliamo finire di giocare nell’orto? Si scuoce la pasta, salite su subito tutti quanti, tu e ragazzi.-

Lui sale in cucina con i ragazzi affamati appresso che gridano. Si mangia? è pronto? Quando si mangia? Lei odora soddisfatta il mazzetto di violette che Cicco la ha portato su. Lui le mostra corrucciato il gambo spezzato dell’innesto.

- Guarda che hanno combinato questi due disgraziati.-

-Ma che c’entrano loro, saranno state le galline di commare Ersilia. O forse è stata la strega di Benevento che di notte ti manda lo gnomo dispettoso.-

Lui le sfiora la nuca, le passa la mano sulla schiena, la mano scende. Lei si irrigidisce, fa gli occhi feroci, sbuffa a voce bassa. –Ti vuoi stare fermo si o no? Ci sono i ragazzi.

Giovanni

Postato da: pagliuchella a 10:58 | link | commenti |

1870 La storia del cinghiale bianco

 

E’ passato quasi un quarto di secolo, ma la storia di Antonio e del cinghiale bianco me la ricordo come se fosse ieri. Antonio Di Meo aveva 40 anni , una mandria di mucche al Dragone sotto il controllo dei garzoni ed una giumenta dal pelo nero lucente che era la sua compagna inseparabile.

Quella mattina di ottobre si era alzato prima del far del giorno per  recarsi alla selva su al Ceraso a raccogliere castagne come tanti volturaresi.

La rabbia nel vedere la selva piena di buche e per terra una distesa di castagne rosicchiate e sparse dappertutto gli fece maledire tutti i cinghiali del mondo . Ormai era una peste che aveva raggiunto il culmine. Vedere il frutto di sacrifici di anni distrutto in una nottata lo faceva imbestialire. Tornò a casa, prese il fucile e disse alla moglie che sarebbe rimasto in montagna per un paio di giorni, giusto il tempo di uccidere quelle bestiacce che gli stavano procurando un danno incalcolabile.

Tornato in montagna, lega la giumenta ad un albero e si sistema nel pagliaio accendendo il fuoco per il troppo freddo .La sera cala tra gli alberi portando una nuvola densa di nebbia che impedisce la visuale oltre due o tre metri. Seduto su un tronco d’albero con il fucile appoggiato con il calcio per terra e la canna sul petto tende le mani al fuoco stringendo i denti a bocca aperta e chiudendo gli occhi come a scacciare il freddo in attesa dei suoi nemici. La giumenta a pochi metri di distanza sembra dormire all’impiedi. Le ore passano lentamente ed Antonio inseguendo i pensieri si assopisce a  occhi aperti. Il fruscio delle foglie ed un rumore strano che sembra lo sbuffo di un orso lo riporta alla realtà e gli fa imbracciare il fucile automaticamente. Un bestione che sembra una mucca avanza muso a terra sbuffando come a tracciare un solco, mentre tutto intorno si alza una nuvola di terra e foglie che assumono mille luccichii nell’umido della nebbia. Antonio ha come un attimo di smarrimento e di paura di fronte a quel gigante che sembra uscire dalle tenebre dell’inferno. La bestiaccia ha il pelo quasi tutto bianco e sembra confondersi con la nebbia. Ferdinando lo segue con la canna del fucile e chiude gli occhi mentre spara .L’animale per un attimo sembra cadere come svuotato di energie, ma si riprende subito e si dilegua nell’oscurità in un baleno. L’uomo, come uscito da un incubo, esce dal pagliaio per seguire con lo sguardo quell’ombra che scappa come a sincerarsi se la scena vista sia stata vera o frutto di un sogno . Fa alcuni passi in avanti fuori dal pagliaio e solo allora si accorge che la cavalla è stesa per terra coricata su un lato. Corre, preso da un oscuro presentimento, e si rende conto subito che è morta. Un rivolo di sangue sotto l’orecchio sinistro gli fa capire che uno dei pallettoni sparati contro il cinghiale l’ha colpita al cervello, uccidendola sul colpo.

Con le braccia stese sulla pancia della cavalla passa tutta la notte a piangere e ad imprecare contro la malasorte che gli ha tolto l’unica amica e compagna che aveva e solo alle prime luci dell’alba infreddolito prende la zappa nel pagliaio, scava una buca profonda sette palmi, come d’uso in segno di rispetto per l’animale, e la sotterra  , mettendo alla fine una croce di legno a ricordo della sua amica.

La moglie lo vede arrivare stralunato e con uno sguardo cattivo come non lo ha mai visto. Le racconta l’accaduto e senza aspettare risposta va a prendere tutte le cartucce che aveva conservato nella cassapanca , poi la bacia sulla guancia e ritorna in montagna a piedi.

Cala di nuovo la sera e nel buio più assoluto, senza accendere il fuoco, aspetta che il suo nemico ritorni .

Sa che i cinghiali vedono poco, ma sentono gli odori a decine d metri, e sa anche che percorrono sempre la stessa strada sia d’entrata che di uscita dal bosco. Si apposta sul sentiero, sapendo che passerà di là . Una scena già vista lo trova preparato ad imbracciare il fucile ed a sparare, appena il cinghialone appare nella semi oscurità . Il colpo fa fermare per un istante la bestia come folgorata, ma la sua corsa improvvisa e veloce sembra il calpestio di cento cavalli che rimbomba nel silenzio della notte. Antonio ricarica il fucile e sta per sparare di nuovo ma la montagna di muscoli e di rabbia si abbatte su di lui producendo un rumore secco e grave. L’uomo sembra volare per poi schiantarsi ad alcuni metri di distanza, immobile e privo di sensi. Una nuova alba e le voci da lontano lo riportano alla realtà e solo il pianto sommesso della moglie gli fa capire che è ancora vivo. Un dolore sordo alla coscia gli impedisce di potersi alzare ed accetta l’aiuto che i familiari accorsi al richiamo di Anna che non lo aveva visto rientrare a casa. Prendono due aste di legno,vi infilano un cappotto rigirato, costruendo una rudimentale barella con la quale lo trasportano in paese dal dottore. La situazione appare gravissima nella sua drammaticità e per evitare infezioni, Don Carmine decide di amputarli l’arto. La ripresa è lenta e difficile, e solo dopo un anno Antonio riesce a guarire completamente. Gli viene applicata una protesi rigida di legno con delle fibbie attaccate al bacino che gli permettono di deambulare con una certa facilità. Le lunghe giornate passate a letto e l’impossibilità di poter lavorare lo trasformano, rendendolo taciturno e introverso. L’unico pensiero è ammazzare quel diavolo che gli ha distrutto la vita, ed appena riesce a rendersi autonomo nei movimenti ritorna a varie riprese in montagna per riprendere quella guerra interrotta un anno prima con due grandi sconfitte. Prepara l’ultima battaglia nei minimi particolari con trappole e percorsi obbligati in attesa del grande momento in cui vedrà consumata la sua vendetta. Finalmente ai primi dell’inverno trova nella neve tracce fresche e profonde tipiche del suo nemico . Prepara un impasto di cibi, con granturco, castagne e altro,  e lo dissemina nella neve come richiamo irresistibile per la fame dell’animale. Aspetta con tre fucili caricati a palle singole e a pallettoni davanti al pagliaio. Arrivano silenziosi e leggeri come una folata improvvisa di  nebbia e lo assaltano con un latrare che sa di fame e ferocia. I lupi ! Antonio spara, spara a più non posso, ma il branco non scappa, avanza fino a raggiungerlo,  a graffiarlo, a morderlo.

Una furia bianca nel bianco si abbatte all’improvviso sul branco caricandoli con il muso e sbattendoli in aria con i denti acuminati che sembrano zappe che scavano nelle membra degli animali. Matteo continua a sparare, senza mirare, e si ferma solo quando il silenzio cala nel bosco e sente le forze mancargli per il sangue che esce dalle ferite provocategli dai lupi. Un’alba livida e fredda apre i suoi chiarori su una raduna imbiancata e solcata da miriadi di strie rosse di sangue dei tanti lupi sventrati, e di un cinghialone ed un uomo che distesi su un fianco sembrano guardarsi con lo sguardo perso nel vuoto e nel freddo della morte.

Edmondo

Postato da: pagliuchella a 10:55 | link | commenti |

Edmondo e Giovanni: e qui comincia la sfida

Due persone si ritrovano con google. Sempre attraverso il motore di ricerca trovano me. Poi cominciano a spedirmi uno simpaticissimi complimenti, l'altro mail di minaccia . Ho capito, mi avete convinto. Facciamo così: io ho le chiavi di casa e voi quelle della dispensa. 

Postato da: pagliuchella a 10:55 | link | commenti |



Ultimi Commenti

Borbonico in Tutti a casaLa stori...

Archivio

oggi
febbraio 2005

Foto Recenti